La precarietà contrattuale e retributiva è un tratto saliente del lavoro di molte colf, badanti e baby sitter. La metà dei contratti dura meno di un anno e tanti rapporti finiscono entro pochi mesi. Questo riflette esigenze temporanee delle famiglie, ma anche una scarsa appetibilità del settore, che non garantisce prospettive stabili ai lavoratori e non è percepito dai giovani come un comparto sul quale puntare.
Inoltre, c’è una forte dipendenza dalla manodopera straniera (il 68,9% riguarda lavoratori con cittadinanza diversa da quella italiana) e domina una scarsa qualificazione professionale: metà degli addetti e senza una formazione specifica. Sono questi i punti cardine del Paper «Contratti e retribuzioni nel lavoro domestico, evidenze dal database Family(net)work», curato dal Censis per Assindatcolf, che sarà anticipato a Roma giovedì 19 febbraio. Lo studio ha preso in considerazione 247.041 contratti, stipulati da famiglie datrici di lavoro domestico associate in Assindatcolf, colf, Acli in famiglia e Gestisci la tua colf. Il primo dato rilevante è che su 91.343 rapporti cessati nel 2025, la metà erano stati stipulati nello stesso anno. Si tratta di 46mila contratti, il 18,6% dell’intero database. Questa precarietà riguarda soprattutto lavoratori assunti in sostituzione di altri per copertura dei riposi (37,1%) e per assistenza notturna (44,4%). Il 7,6% dei rapporti ha avuto una durata inferiore a 30 giorni. Lo “stress contrattuale” come lo definisce il Censis – riguarda più di altri lavoratori le badanti non formate, inquadrate nel livello Csuper: appartengono a questo livello il 27,9% (praticamente un terzo) dei contratti attivati e cessati nel 2025. La durata media dei contratti di lvello Csuper, instaurati prima del 2025, si ferma a 2,7anni, mentre per i contratti di livello B (collaboratori generici con diverse funzioni) sale a 5,9 anni. La durata media dei rapporti di lavoro è di 4,1 anni.
Fonte: Il Sole 24 Ore