di Paolo Federighi, docente Università di Firenze
È un momento di ripresa della spinta propulsiva delle istituzioni europee per lo sviluppo in tutti i paesi della partecipazione degli adulti ad attività formative.
Durante la pandemia, in tutti i paesi, l’esclusione dalle opportunità di apprendimento si è accentuata. Questo anche nel nord Europa. Tutti i programmi europei di aiuto per la ripresa dopo l’uscita dalla pandemia puntano sull’aumento degli investimenti in formazione. Per questo tutti i paesi sono stati sollecitati a produrre strategie nazionali.
Le strategie europee ci dicono che per avere una solida ripresa economica e sociale entro il 2025 bisogna arrivare ad azioni per lo sviluppo delle competenze capaci di coinvolgere ogni anno il 50% della popolazione adulta.
Sono molti gli studi in corso per capire come fare. Ad uno di questi ha preso parte anche l’Auser. Ve ne è inoltre uno promosso da due organizzazioni europee (EAEA ed EARLALL) con il supporto della Commissione Europea che ha pubblicato i primi dati nel gennaio 2022 e che ha per oggetto le opinioni sul presente e sul futuro dell’educazione in età adulta di politici, dirigenti ed esperti di educazione degli adulti (acronimo: REGALE). Quello che emerge è molto significativo per AUSER. Due sono i risultati più importanti:
1. I vecchi sistemi pubblici di educazione degli adulti sono dovunque fortemente ridimensionati. Dappertutto è in atto una esplosione di nuovi attori e di sistemi autonomi e scarsamente aperti alla cooperazione (soprattutto nel settore della pubblica amministrazione). Ciascuno gestisce il proprio sistema formativo (lavoro, istruzione, giustizia, formazione, trasporti, ecc.) in funzione delle proprie strategie istituzionali. E in ogni sistema la formazione va avanti con sue proprie regole determinate in ragione di una vera e propria babele di strategie. La cooperazione è occasionale.
Nonostante la babele conseguente, su una questione però c’è un accordo quasi unanime (72%): le organizzazioni non governative, del terzo settore hanno un ruolo centrale rispetto alla creazione di opportunità di apprendimento in particolare per gli strati di popolazione meno favoriti. Sono loro a svolgere una funzione in favore di una più equa distribuzione delle opportunità di partecipazione alla formazione in età adulta. Una funzione considerata insostituibile anche rispetto alla formazione dei lavoratori meno favoriti.
2. La pandemia ha aggravato dovunque il fenomeno della stagnazione nella partecipazione alla formazione. Il tasso era stabile prima della pandemia ed ora è peggiorato. Il problema riguarda in diversa misura tutti i paesi, ma è particolarmente grave in Italia. Da noi si concentra il 25% delle persone che in Europa hanno bassi titoli di studio (quasi 13 milioni gli italiani). Il 45% degli italiani over 40 ha al massimo la terza media. Siamo di fronte ad un paese che si è adagiato su un modello socio economico che si fonda su equilibrio basato sull’esclusione dall’apprendimento di ampi strati di popolazione. Una sorta di “learning exclusion equilibrium”. Questo perché stato e imprese sembrano essersi adattati alla diffusa presenza di adulti privi di formazione e con basse qualifiche la cui formazione è affidata alla casualità dei processi di educazione informale. Persone su cui si evita di investire.
I prossimi anni saranno cruciali per approfittare delle opportunità connesse ai nuovi investimenti pubblici ed alle nuove sollecitazioni europee e creare uno sviluppo equo e sostenibile. Forse sarà impossibile creare un grande sistema nazionale di educazione degli adulti. Forse non ce ne è neppure bisogno. Quello che è strategico è dare la possibilità ai diversi attori di agire e cooperare e questo perché sostenuto da politiche intelligenti che assumono come compito la definizione delle priorità, la difesa della qualità e la garanzia dell’equità riconoscendo il ruolo centrale del terzo settore e del mondo del lavoro.