di Renato Campinoti, Coordinatore Auser Cultura Toscana
In questi giorni di notizie drammatiche, ma anche di forti contraddizioni, che ci giungono dall’Afghanistan, c’è un libro che, nella sua apparente semplicità, può aiutarci a capire qualcosa di più di quel martoriato Paese. Scritto da Fabio Geda: “Nel mare ci sono i coccodrilli” è l’agile libro che consiglio a tutti di leggere.
Si tratta del racconto che un giovanissimo afgano, Enaiatollah Akbari, spinto dalla madre all’età di appena tredici anni a lasciare il suo Paese, preda di lotte intestine tra le varie etnie e a perenne rischio di essere “invitati” a fare il kamiKaze, costringendo il figlio ad una vera e propria odissea che lo vedrà attraversare ben sei paesi, per approdare finalmente, dopo più di dieci anni, in Italia. Sarà qui, alla fine, che Enaiat, come viene chiamato in forma abbreviata, riuscirà a uscire dalla vita clandestina vissuta fino ad allora, a regolarizzarsi e a trovare, col supporto di Fabio Geda, il modo di raccontare questa vera e propria avventura.
Diciamo subito che lo stile che lo scrittore ha scelto, quello di un racconto in prima persona da parte del ragazzino, si dimostrata assolutamente efficace per mettere il lettore di fronte alle ingenuità (talvolta in grado di farci perfino sorridere) del quasi bambino (ma costretto ad accelerare la crescita!), come pure a sopportare le mille insidie e atrocità che il piccolo eroe sarà costretto a vivere in questo suo continuo peregrinare. Vengono in mente, nella modalità di svolgimento, altri racconti espressi in prima persona da parte di adolescenti (uno per tutti: La vita davanti a sé di Romain Gary)
Si passa dall’apprendere le assurde divisioni e gli scontri anche sanguinosi presenti nel suo martoriato Paese (a cui in primis la madre vuole sottrarlo, loro di etnia Hazara, ormai minoritaria per le continue persecuzioni subite), alle angherie e sevizie verso i minori sia in Pakistan che in Iran e Turchia, da parte di forze dell’ordine spesso corrotte e disposte a “vendere” all’Orco di turno i “servizi” dei minorenni. Fortunatamente per lui, Enaiat incontrerà anche qualche adulto, magari tra quelli più in là negli anni, che lo aiutano a schivare i pericoli più grandi, anche se, per salvare la pelle e entrare nel Paese più vicino alla cultura Europea (la Grecia) sarà costretto a sfuggire ad una vera e propria sparatoria, vedendo cadere alcuni dei suo “colleghi” colpiti dalle pallottole dei militari turchi.
Alla fine, con molto coraggio e parecchia fortuna, il nostro giovane eroe riesce ad essere accolto in Italia dove, grazie alla buona diposizione di alcune persone, riesce finalmente ad essere accettato, messo in regolarità e, dopo più di dieci anni, sentire al telefono la voce scossa dai singhiozzi della madre.
Chiudendo l’ultima pagina di questo libro, non possono non tornarci alla mente le immagini di quelle madri che, nei giorni drammatici della conquista afgana da parte dei Talebani, gettavano i figli piccoli oltre il muro dell’aeroporto, cercando così di sottrarli ad un destino drammatico e sperando che anche il loro figlio incontrasse qualcuno, magari qualcuno di noi, disposto a costruirgli una vita meno pericolosa e difficile di quella del piccolo Enaiat.